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Riflessi di un femminile privato.

| di Luca Di Francescantonio
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La donna, il valore assoluto del mondo. E' la porta attraverso la quale sappiamo se passare o no il nostro personale grado evolutivo. La donna è la superiorità della bellezza e dell'intelligenza sopra ogni rozzezza maschia decisa o indecisa che sia. L'assoluta dea che è madre, sorella, moglie, amante, compagna, alleata, e amica.
Ed è la fortuna unica che può capitare nella vita di un uomo. Può capitare una volta sola, forse due. E' quella fortuna che l'uomo non può dimenticare. L'unica fortuna che insegna l'umiltà di adorare la Bellezza più grande della propria limitata mente maschile.

E lei, lei così rara, proprio lei, la vedi perché spicca diversa dal contesto quotidiano, diversa particolarmente dalle sue simili, diversa da ogni cosa che hai visto e vissuto nella tua intera vita. E la vedi che è il sorriso che annienta anche il sole, ma non solo. E la vedi che è come un'aliena venuta a salvarti con le sembianze di angelo ecc., certo. Ma non solo. La vedi che ti parla perché ti cerca, finalmente, e ti guarda, ti condivide nel silenzio, senza gridarlo, senza vantarsene, e, soprattutto, senza sputtanarlo. La vedi, sì, ma che nella sua bellezza di sfiorarti, di accarezzarti anche solo per una frazione di secondo nella presunta dimensione del tempo dell'intero cosmo che viviamo, lei ha occhi per la tua porzione d'esistenza, ma nel suo modo più elegante ed esclusivo di farlo.
Nel suo modo più privato.
Nel suo modo più intimo.
Nel suo modo più riservato.
E tutto il tesoro del vostro mondo diviene prezioso e unico quando ogni singolo ricordo condiviso diventa sigillato dalla sua inestimabile preziosa spirituale riservatezza d'amore, senza gridarlo altrove.

Ma... non era questo il punto a cui volevo arrivare.

Quindi? Quindi compito di questa rubrica è analizzare la comunicazione di determinati "target" nel risvolto sociale, rilevanti o meno che siano, senza poi cadere nella generalizzazione di un'intera categoria. E, quindi, mi chiedevo sulla femminilità come concetto astratto e applicato, ma solo in determinati casi. E, quindi, non vuole essere un'analisi dell'intero parco femminile. Né penso di avere queste ampie competenze ed esperienze per farlo.
Ma la mia curiosità si è appoggiata su alcuni appunti.

Vivo di social, innegabilmente. Immerso in facebook, immerso in instagram. Senza dubbio proiezioni virtuali del proprio ego e si sta attenti a discernere il vero dal falso, ma il fatto è che, comunque, la verità è anche tutta lì. L'amplificazione dimensionale dell'immagine personale che diviene però parzialmente vera.
In tutto questo mare di verità ho visto foto di donne belle, o che suppongo tali per cui si può dire che sono oggettivamente belle o ben curate.
Nel mare delle verità, oltre la generalizzazione, percepisco casi unici di donne di gomma che mettono in posa anche le proprie labbra. Online, sono alla ricerca del buon outfit (nulla di male) che poi sfoggiano dove è meglio e unicamente sfoggiarlo, ovvero nell'ennesima serata del locale più affollato, come dimostrano i reportage condivisi. Comprano occhiali di Gucci e indossano le Louboutin senza sapere altro, senza conoscere cosa c'è dietro quel prodotto e dietro ogni linea, ma diventando buone indossatrici per piacere personale, per il piacere di possedere, magari, prima ancora dell'indossare. E nient'altro.
Il mio appunto: non c'è la ricerca dell'aderenza tra il proprio essere esteriore e quello interiore tramite la scelta di un capo o di un abbinamento che porti ad esprimere l'essenza della propria eleganza che non è intesa solo come apparenza, ma come descrizione del proprio io e del proprio lasciar il segno nel destino, ma che diventa in realtà altro: labbra a culo di gallina e fobico selfie.
Dov'è andata la femminilità?

Selfie che non è altro un riflesso di uno specchio rotto. Narciso tra i frammenti liquidi di una superficie scomposta riprodotta in eco dalle onde. Frammenti riflessi di un io venduto, concesso ad uso e consumo dell'uomo qualunque, che cedono presunti desideri per ottenere il nulla in cambio. La merce di una mente assente.
E aggiungo, distante: c'è una notevole ricerca in questa comunicazione del trovare la perfetta figura della "diva" che poi è  catturata e resa "immortale" da un autoscatto necessario.
Questa cosa cerco di spiegarmela analizzando a memoria foto di un passato anche recente. Per intenderci cercate di trovare negli archivi della vostra memoria quello che era il rapporto Diva-Fotografo. Qualcosa di estremamente affascinante, se vogliamo, soprattutto se determinati legami creativi diventavano unici e indissolubili. Le donne di una volta nate nel mondo dell'arte avevano il loro charme dovuto all'aderenza dei fattori di bellezza e intelligenza, ovvero eleganza esteriore e interiore: il loro uscire fuori dalla copertina di un magazine era dovuto senza dubbio alle loro innate peculiarità di fascino, ma ben sottolineate dal fotografo altrettanto affascinato da loro. Potete partire da Marilyn, passare per Audrey Hepburn e arrivare fino alla Magnani, e poi, più recentemente, fino a Isabella Rossellini. E basta aprire un volume di Helmut Newton, Herb Ritts o un fuori confine come David LaChapelle nei giorni nostri per capire perché alcune donne diventano icone incancellabili nell'inconscio non solo per i loro occhi o seni o cosce.
Il legame Diva e Fotografo è qualcosa che non può essere riproducibile a comando ed è tutto quel che sopravvive alla percezione della femminilità e della bellezza VERA.
Questo per dirvi, da psicologo da due soldi e da presunto pubblicitario, che i selfie di donna (non tutti, esclusi i selfie scemi per riderci su, intendo invece i casi palesi di selfie-narciso) sono un approssimativo tentativo di eguagliare il mito inarrivabile. Se la donna della porta accanto non è conosciuta, non ha fama, non è diva, ma ha facebook per farlo, allora pensa bene che è ora, alla sua età, di avere un ritratto di sé e del suo corpo come se fosse uscita dal set fotografico di un magazine, o di una location urbana o casalinga, da divano vissuto, da specchio dannato, come inconsciamente vorrebbe e che non ha mai avuto il coraggio di dirlo, ma che nessun fotografo di dive vere potrebbe mai farglielo, e, quindi, facendo diventare il selfie come unica soluzione appagante.
Il selfie di una donna (quello fobico, non quello per scherzo) non è altro che compiacimento femminile atto a sostituire il rapporto creativo mancato con un fotografo professionista. Di conseguenza la sua immagine e femminilità, non lavorata e immortalata da un occhio preciso, diventa falsata e paradossalmente così falsa diventa ad uso e consumo di tutti.

E tutta la femminilità che risplende nel mondo e che cambia l'uomo in meglio e che vive di riservatezza e unicità scompare miseramente dietro un incomprensibile selfie buttato in rete.
L'ho detto.

Antonio Carlos Jobim scrisse i testi di "Girl from Ipanema" stando seduto ad un bar e osservando il mistero di una ragazza sconosciuta passeggiare oltre la vetrina e scomparire dietro l'angolo. "Girl from Ipanema" divenne uno dei maggiori brani di stile inerente la Bossa Nova e tutt'oggi quella ragazza è rimasta sconosciuta. Ditemi se non è così, se la femminilità riservata non può salvare un uomo, se la bellezza nascosta non salverà il mondo?

Con questo non voglio dire che alla fine noi maschi siamo migliori in riservatezza ed eleganza. Assolutamente no. Beceri e grezzi, non vi osanniamo abbastanza e ci perdiamo nello sminuirvi insensibilmente quando tra simili ci ritroviamo per bere qualcosa in autogrill dopo la serata di caccia in bianco in discoteca. Senza poi parlare della mascolinità mancata nelle sopracciglia a gabbiano. E cadiamo anche noi, me compreso, nel selfie inconsistente perché non siamo mai considerati. O forse per una carenza di rapporto con il miglior fotografo dei divi.
Ma quanto sarebbe bello per questi ingenui primitivi maschi ritrovarsi davanti un miracolo femminile, un'essenza non buttata e ceduta a norma sui social, ma celata e da scoprire e da proteggere? Una donna di femminilità "privata", personale, unica per un unico sguardo, e non "tolta" e ceduta in nome di un pubblico virtuale?

Luca Di Francescantonio

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