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Castel del Monte: di pastori e streghe

| di Marco Pallini Palmar
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Arrivo a Castel del Monte dopo aver attraversato la piana di Navelli da dove si può scorgere lontano, in alto, la sagoma imponente del castello di Rocca Calascio. Come i tanti paesi montani di questo nostro Abruzzo, Castel del Monte è raccolto intorno alla sua fortezza, simbolo delle antiche richezze di famiglie nobili che regnavano, nella maggior parte dei casi, con magnanimità ed oculatezza. Sì perchè questi possedimenti per i vari Piccolomini e Medici affermavano il loro potere ma soprattutto attingevano da essi ricchezze per niente di secondo piano: le armenti e la transumanza rappresentavano, in questi luoghi, l'economia dominante e controllarla era fondamentale.

Di secoli ne son passati da allora, e mentre mi aggiro per le sue stradine e vicoli non posso esimermi dal solito esercizio immaginativo di trasposizione di me, uomo del ventunesimo secolo con il suo carico di tecnologie spesso autodistruttive, che si immerge in un'epoca lontanissima nel quale l'uomo era inconsapevole di se stesso e di cosa sarebbe stato capace di fare mille anni dopo. Da questo confronto ne traggo solo la constatazione di come stiamo andando troppo veloci e oltre le nostre possibilità, mentre sarebbe utile rallentare e lasciare che ritorni in noi l'esigenza di recuperare un modo di vivere che rispetti i ritmi della natura con le sue stagioni ed eventi anche imprevedibili (ma abbiamo messo le mani anche su questo, modificando in maniera profonda il clima ed il territorio...).

Dei luoghi che visito - e questa cosa mi capita sempre quando disegno - osservo anche come fluisce la vita; nelle piazzette, intorno alle fontane o seduta sulle pancine: alla lentezza degli anziani si contrappone la vivace allegria dei ragazzini in giro sugli skateboard o sulle mountainbike, al sommesso chiacchiericcio delle donne si contrappone l'invadenza della musica sputata fuori dalle auto di giovani impazienti di rincorrere le mode.

Ma qui a Castel del Monte incontri anche i "forestieri", turisti che sempre più spesso scelgono di stare lontano dal turismo dello shopping estivo o di quello chiassoso delle varie "movide". Persone che "rallentano" che affontano le ripide serie di scalinate di questo borgo, cercano l'ombra antica di case o di portoni in pietra, si incamminano lungo i sentieri che salgono su in montagna. Ma con sè portano anche la voglia di scoprire tradizioni, folklore e cibi di un tempo, rinnovati (loro) dalla consapevolezza che il tempo, se osservato nella sua giusta valenza, ci riserva ancora degli insegnamenti.

Ed ecco che si rivedono le "armenti" ripercorrere la vecchia via della Transumanza, oggi spettacolo antropologico, ma un tempo il fondamento dell'economia di queste aree; riemergono storie e leggende talmente radicate nella cultura di una comunità che vengono riproposte in spettacoli coinvolgenti ricchi di pathos come ad esempio "La Notte delle Streghe".

Mi piacciono i "paesetti" per questo: ci trovi tante cose nuove che però ti accorgi ti appartengono, perche infondo siamo tutti accomunati nella stessa storia, lunga, appassionante e preziosa come un tesoro. Da custodire.

Marco Pallini Palmar

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