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Perché odio gli artisti

| di Luca Di Francescantonio
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L'inconsistenza di un mondo che dovrebbe essere nostro: l'assoluta consapevolezza di una terra fatta di network sociali, di televisioni schierate, di testimonial pronti ad apparire in un selfie. Tutto questo è il presente che sottilmente viviamo nella routine di un giorno e che inconsciamente sappiamo che non vogliamo più farci caso. Tutto questo, appunto, ci sfugge. Sfugge anche a chi ne vuole essere testimone, ma senza più provocare, ritrarre, schiaffeggiare: non ci sono artisti degni del logorio contemporaneo, sono solo ombre sparse sui muri come presunti graffiti primordiali, ma senza la coscienza ancestrale. Gli artisti non esistono e quelli che si definiscono tali sono icone di ripiego o marionette che allietano il nostro tramonto. Posso dirlo tranquillamente, dopo aver vissuto anni di coordinamento di un progetto divertente, ispirante, del tutto fuori dai mercati dei salotti: (Con)Fusioni. Odiata, amata, ora forse per me inutile. I ragazzi si sentono coinvolti nella loro creatività, si espongono, condividono, ma in realtà è solo esercizio di stile. In realtà non sanno ancora cosa significa "arte contemporanea". Come non lo so nemmeno io, soprattutto facendo outing dicendovi che sono solo un pubblicitario. L'arte contemporanea è una disciplina rigorosa sostenuta dai più lungimiranti curatori che non perdono di vista i loro artisti più preziosi. L'arte contemporanea è salotto e pettegolezzo. È narcisismo da esposizione ed esportazione.

Ho incontrato diverse tipologie di persone che si definiscono tali. Alcuni di loro amano vivere nelle caste, in sontuosi snobbismi studiati. Amano congratularsi tra di loro ad una certa età. Sono capaci negli eventi pubblici di riempirti di sorrisi, ma di parlarti male dietro, appena ti volti, con estrema facilità. Sono ormai provati dal tempo, ma mai in pensione da loro stessi, solo più vicini ai loro unici rari simili. Una premiata massoneria che ha bisogno di rimanere sveglia, sollevata, acclamata, o, perlomeno, considerata. Almeno dal loro ego.
Ancorati a tempi finiti, a periodi dorati abortiti e che non hanno più eco, perché il contemporaneo ha vita breve al contrario di loro.

L'altra categoria è molto più giovane. Sanno essere padroni del mezzo, senza dubbio tecnica e tecnologia sono dalla loro. Ma null'altro. Una quantità abnorme di fotografi. Presunti Cartier-Bresson o Newton. O arditi nell'essere fotografi e grafici allo stesso tempo, dimenticandosi dell'eleganza di Norda. Sono stanco e stufo dell'arroganza dipinta, dei fiocchi, del ferro, del narcisismo citato, del miele risolutore del concetto di "amore". Sono stufo dell'orticello proposto in ogni forma e distanza, stufo del loro non esserci pur essendoci, in un prezzemolo amaro che non aiuta i sapori del pubblico curioso.

Sono stanco del contemporaneo. Della sua assenza dal presente. Da questi sacerdoti malati di egotismo. Dalle gabbie in cui mi hanno imprigionato. Delle loro invasioni nella privacy altrui, del loro presunto corteggiare di donne come Picasso o Schifano reloaded senza rendersi conto che amerebbero meglio uno specchio. Di come sono diventati ridicoli questi artisti moderni. Così social da inventarsi anche profili virtuali degni del loro pantheon inconscio che non ha più barriere e cure. Che tristezza questi artisti avvinghiati alle ideologie ma anche ai soldi ma anche alla fama ma anche al fallo. Bambole giovani e vecchie sgonfiate dalla notte più nascosta.

E io con loro, vittima e falena. Così stupido. Così bravo nel parlarne.

Se mai ci sarà un futuro per la nostra cultura quello sarà solo nella generazione dei designer. I designer: gli unici ad essere palesemente concreti, al contatto con il denaro, ma attenti ai cambiamenti, all'estetica della vita e a ritornare nel privato della loro casa senza disturbare il vicino. Gli unici trasparenti oltre il plexiglass. Gli unici con le chiavi.

Morte all'arte, vita al design.

Luca Di Francescantonio

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