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Piazza del Malvò: storia di una piazza di passaggio ma non di passeggio

Da cloaca Malavalle a parcheggio di auto

| di Francesca Colacioppo
| Categoria: Tradizioni e storia
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Dopo aver approfondito la conoscenza di Piazza Garibaldi raggiungiamo, percorrendo la stretta Via Corsea, Piazza del Malvò, nel cuore del quartiere Borgo, uno spazio reso abitabile, come vedremo poi, in tempi non proprio lontanissimi. Malvò non è altro che una crasi dialettica di Malavalle, una vallata anticamente definita anche Stercoraria, a causa dell’odore cattivo proveniente dalle ruelle acquatiche che vi confluivano sin dall’epoca romana, per drenare il quartiere Civitanova dalle acque sporche, le quali poi, da Malavalle, s’indirizzavano verso il Feltrino.

La ruella era formata dal raddoppio della muratura comune a due parti accostate al fine di ottenere uno spazio nel quale erano situati i “lochi comodi” delle due case, un’architettura che non deve risultare sconosciuta agli amanti della letteratura, i quali ricorderanno come, in una novella famosa di Boccaccio, Andreuccio da Perugia durante la sua avventura cadde proprio nel loco comodo. 

Evidentemente per secoli dalla cloaca del Malvò le acque putride dirette a rinvigorire il Feltrino contribuivano a concimare le rigogliose verdure degli orti, al di sotto dell’antico ponte di Lamaccio, appena fuori le mura della città, provocando, perché infette di virus come salmonella e tifo, cicli e cicli di morbi che mieterono numerosissime vittime, fino a quando Enrico Mattei, convinse gli ortolani ad abbandonare il pericoloso “concime millenario”.

Come dicevamo, Piazza del Malvò, così come ci appare oggi, è il risultato di una risistemazione interna alla città avvenuto in particolar modo e con maggiore efficacia durante il periodo della restaurazione Borbonica, nella prima metà dell’800, assieme alla sistemazione della pubblica illuminazione e alla pavimentazione delle strade. Promotore di alcuni tra i più importanti interventi architettonici e urbanistici fu l’architetto-ingegnere lancianese Filippo Sargiacomo, il quale, una volta laureatosi presso l’Università di Napoli,  tornò nel luogo natio vincendo il concorso per il primo piano regolatore della città nel 1879.
Suo fu il progetto, nel 1868, della copertura ed il riempimento del fosso Malvò fino al ponte dell’Ammazzo (anticamente Lamaccio), che portò alla realizzazione di Piazza Garibaldi, ma Sargiacomo vide eclissarsi l’idea di un grande viale alberato che congiungesse, attraversando l’intero centro storico, il ponte dell’Ammazzo con il Largo del Funai.

Sempre grazie all’ingegner Sargiacomo che nel 1860 redasse una pianta della città, veniamo a conoscenza della storicità del palazzo Lotti, una costruzione del XIX secolo, successiva dunque ai lavori di bonifica ed interramento avvenuti qualche anno prima, che elegantemente sovrasta piazza del Malvò e che con ogni probabilità fu realizzata per creare una zona di connessione tra il quartiere Civitanova e il Borgo.

Palazzo Lotti impreziosisce con il suo stile classicheggiante, con i timpani curvilinei dell’ultimo piano ed i fregi decorati a sostegno della balconata, l’odierna piazza alla cui sinistra troviamo ancora un’antica falegnameria ereditata dal signor Oscar, il quale, avendovi trascorso l’intera infanzia, ci rende partecipi dei suoi ricordi di bambino, descrivendoci il risveglio primaverile del Malvò, alle sette della mattina, come una festa ritmata dai battiti dei fabbri, che un tempo, nel novecento, popolavano e animavano la zona.

Oscar ricorda anche un florido mercato della legna, che chiudeva dalla parte opposta del Palazzo Lotti, il Malvò, ma anche venditori di vino e tintori di lana e si fa strada fra i ricordi anche la presenza della famiglia dei Redici, fornai di professione.

Oggi il Malvò sembrerebbe essere diventato un “mortorio di macchine parcheggiate” citando lo stesso Oscar, una piazza di passaggio ma non di passeggio, uno storico punto nevralgico dell’artigianato di cui oggi però custodisce solo due o tre botteghe ancora in attività e che varrebbe la pena andare a visitare.

Francesca Colacioppo

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