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La famiglia Rosati: essere orologiai significa essere "artigiani del tempo"

Orologiai da generazioni e generazioni, i Rosati si raccontano

| di Francesca Colacioppo
| Categoria: Tradizioni e storia | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Lanciano lo sappiamo, è ricca di storia, ma ancor più è ricca di famiglie che hanno contribuito a farne la storia. È il caso dei Rosati, longeva dinastia di orologiai, che affonda le proprie radici nel lontano 1848 con Pietro, il primo ad ottenere la licenza nella seconda metà del diciannovesimo secolo. Il capostipite dunque di una generazione di artigiani del tempo, che come tramandano antichi documenti conservati oggi con orgoglio dai familiari, possedeva un negozio con lavoratorio di orologeria in Via della Corsea 14 e si occupò della riparazione nel 1886 dell’orologio comunale. Una fiducia che la nostra città affidò da subito nelle mani esperte di questa famiglia e che ancora oggi si è conservata nonostante difficoltà e sacrifici.

Ricostruire con estrema precisione le dinamiche dei Rosati risulterebbe estremamente difficile e prevederebbe un lavoro certosino, motivo per cui abbiamo preferito affidarci ai ricordi dei discendenti e ai documenti tramandati. Pietro Rosati, orologiaio dall’animo garibaldino, ebbe un figlio, Ciro. È proprio la storia quest’ultimo, vissuto tra le due guerre, a caratterizzare i ricordi dei nipoti Antonio e Giulio, che ce lo descrivono con un sorriso sincero ma a tratti anche ironico che ha certamente scavato nei meandri della memoria e nei racconti del passato. È di lui che Antonio parla appena entrati nel laboratorio del figlio Ernesto lungo Corso Bandiera, raccontando che il nonno, dopo una breve esperienza americana durante la quale aveva sperimentato anche un’accennata carriera musicale come clarinettista, fu costretto a tornare a Lanciano “a causa della mano nera” prosegue Antonio, partecipando alla guerra del ‘15-’18. Durante il racconto, ritmato dai pendoli e dalle sveglie appese alle pareti, Ernesto ci mostra parte di un antico banchetto in legno che oggi arreda la sua bottega, lo stesso sul quale, agli inizi del novecento, il bisnonno Ciro riparava orologi. È qui che s’incrocia il ricordo dello zio di Ernesto, Giulio, che ha ereditato l’antichissimo laboratorio in piazza Garibaldi, e dove, il nonno, di ritorno dall’esperienza oltre oceanica, era solito esercitare la sua arte all’aria aperta, fra le gente, titolando la sua attività “orologeria americana”.

A quei tempi dobbiamo immaginare piazza Garibaldi gravida di gente, una piazza ricca e vivace che nel 1944 sotto gli incessanti bombardamenti, accolse l’arrivo di americani ed inglesi ed è in quell’anno che Ciro, ferito a morte da una scheggia, “consegnò” la sua arte nelle sapienti mani dei figli, fra i quali Ernesto, unico ad esercitarla e ad affidarla poi nelle mani di Antonio e Giulio. Di papà Ernesto, Antonio ci descrive il suo carattere simpaticamente polemico, in particolare con un aneddoto: “Venivano dalle campagne vicine molti dei nostri clienti, e spesso capitava ci chiedessero cose impossibili, che noi non potevamo avere, e a quel punto mio padre li spediva in giro per tutta Lanciano alla ricerca“ e termina la sua confidenza con una spassosa risata, incoraggiata dai sorrisi del figlio Ernesto.

Numerosi e significativi i cambiamenti da quel momento, ma a mantenersi salda nello spirito dei Rosati è senz’altro la passione. In entrambi i laboratori si repira la classica atmosfera artigianale, spazi essenziali, una lampada, un banchetto, una lente, la licenza appesa, accessori del mestiere, il tutto però rigorosamente orchestrato dai rintocchi degli orologi, unici ed indiscussi protagonisti. È evidente la manualità e la semplicità con la quale i Rosati riparano orologi, maneggiando quei quadranti come fossero proiezioni stesse delle loro mani. È la precisione degli interventi su piccoli meccanismi che colpisce. Pinzette che operano con sicurezza e meticolosità col solo e unanime obiettivo “di far ricamminare quell’oggetto”.

Ernesto Rosati è il solo ad oggi ad aver ereditato quest’antico mestiere, trasferendo sulle sue mani gli insegnamenti del padre Antonio, e lavorando con la stessa attenzione e forse con una rinnovata dedizione. È lui che vive ed affronta con sacrificio le difficoltà che oggi attraversano le storiche botteghe, confidandoci però che ci sono ancora molti appassionati di orologeria che si recano al negozio per riparare antichi pendoli o i più recenti orologi da polso. “Quando era ragazzino avrei voluto che imparasse l’arte per dare contunuità“ ci confessa Antonio parlandoci del figlio, ma la passione è nata poi, in età già adulta ci racconta Ernesto, “probabilmente quando papà ha smesso di insistere” confida con una risata.

Alla domanda “a quale tipo di orologio vi sentite più legati?“ la risposta di Giulio e di Antonio inaspettatamente o forse chiaramente risulta la medesima, “all’orologio meccanico” dicono. È la complessità degli ingranaggi a suscitare l’entusiasmo di questi antichi mastri e soprattutto è la soluzione del problema e la ripartenza del ticchettio ad appagarli del lavoro svolto. Un tempo ci spiega Antonio “l’orologio a pendolo e quello a colonna erano i regali classici nei matrimoni” mentre oggi, al di là di qualche sporadico patriota dell’orologio, i cellulari hanno preso il posto delle lancette. Passione, sacrificio ed onestà risultano gli ingredienti chiave per preservare un mestiere e trasmetterlo alla storia senza inciderlo e danneggiarlo, in questo senso i Rosati ci hanno dato un’importante testimonianza di coraggio e amore.

Francesca Colacioppo

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