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Referendum: Progetto Lanciano dice No

| di Pagano Daniele - Progetto Lanciano
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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LANCIANO - Il Coordinatore Cittadino di PROGETTO LANCIANO Pagano Daniele a nome di tutto il movimento civico, il Gruppo consiliare di PL e gli Assessori Pino Valente e Giacinto Verna prendono posizione in maniera chiara sul Referendum Costituzionale del 4 Dicembre 2016 ed in particolari sulle ragioni del NO.

Di fronte ad ogni proposta legislativa o riforma bisogna porsi la domanda: questa legge aiuta i cittadini ad una maggiore partecipazione democratica o ad escluderli?  A nostro parere questa riforma li allontana; una riforma che vuole essere tale interviene sul miglioramento della democrazia rappresentativa, sul rapporto con gli elettori, sulla maggiore vicinanza del corpo elettorale agli organi di rappresentanza politica, su nuovi elementi di democrazia partecipativa, avvicina il parlamento alle istanze degli elettori. La riforma “Renzi-Boschi” non ha queste caratteristiche, non migliora lo stato di cose esistente e, anzi lo peggiora decisamente…

  1. Un voto secco Si o No che sia, non consente al cittadino di esprimersi sui tanti punti in questione(ben 47 articoli);  troppi  gli articoli  sintetizzati per una risposta secca. Con il voto no si perdono anche parti che potrebbero essere condivise, con il voto sì si rinuncia a molto di più. Un quesito ed una riforma proposte al ribasso, tra compromessi politici (come sempre in italia). Un’occasione persa.
  2. Coercizione della  libertà di voto dell’elettore: per le stesse ragioni appena esposte,  il voto è condizionato dal quesito fuorviante e sintetico. Il popolo è chiamato a votare perché  nel referendum “confermativo”. I lungimiranti Padri della costituzione avevano previsto possibili colpi di mano degli esecutivi che si sarebbero succeduti, tutelando, attraverso il referendum, il Popolo italiano in caso di tentativi dell’esecutivo di modifiche della casa comune a colpi della sola maggioranza governativa.
  3. Vizio di origine della riforma: iniziativa governativa  e non parlamentare. La riforma non è stata frutto di iniziativa parlamentare, di un parlamento che ha deliberatamente condiviso i contenuti della riforma, ma una iniziativa di governo, tant’è che porta il nome dei proponenti Renzi-Boschi.  La carta costituente è e rappresenta la “casa comune”, quella che garantisce i diritti di tutti e in cui tutti si possono e si devono riconoscere e in questa carta devono essere garantiti. Dal dibattito politico è evidente che sia stata tutt’altro che condivisa.
  4. Riforma potestà legislativa a favore  del potere centrale nel rapporto Stato-Regioni (art. 117). E’ una delle questioni più pesanti. Lo svilimento delle autonomie locali. I poteri accentrati a livello nazionale, renderanno vane le lotte e le posizioni politiche a difesa del territorio. I cittadini e i politici locali non avranno voce su questioni ambientali e energetiche. Le animate manifestazioni che hanno portato ad una netta posizione dell’Abruzzo sul “No ombrina” e le tante altre battaglie non avrebbero avuto  alcuna efficacia, trattandosi, con la riforma, di scelte a carattere nazionale. Eppure l’articolo 5, che riguarda i principi generali che (dicono) non modificati continua a recitare:La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento”. Questa riforma va invece in tutt’altra direzione.
  5. Molte e gravose attribuzioni del Senato: difficoltà per senatori-sindaci o consiglieri regionali.  Una politica part-time quella di senatori/ consiglieri/sindaci. Un lavoro di responsabilità che merita tempo e attenzione. Il rischio è di far male in entrambi i campi. Si tolgono preziose risorse in termini di tempo ai territori. Già note le difficoltà di sindaci e consiglieri impegnati nelle dismettenti province. Nominati tra gli eletti attraverso quindi l’elezione di 2° livello, allontanano ulteriormente i cittadini dalla democrazia diretta. Scelte legate ai segretari di partito che acquisiscono sempre maggiori poteri. Perplessità anche in merito all’immunità parlamentare di cui andranno a beneficiare i politici locali una volta senatori.
  6. Verso un premierato assoluto senza contropoteri adeguati, premio di maggioranza eccessivo anche con il 25% dei voti , investitura leader partito. In caso di vittoria del sì, con la legge elettorale “italicum” i poteri per il partito di maggioranza relativo sono troppo forti. I capilista bloccati a sicura elezione un potere enorme per il “Capo”. Si accrescono così i poteri sul premier (anche segretario di partito?), che saranno sempre più assoluti, senza alcuna garanzia di contropoteri e di contrappesi adeguati. Regole non scritte per l’opposizione, e che saranno scritte dalla stessa maggioranza, l’impossibilità di porre la fiducia da parte del Senato, la figura del Capo dello Stato, eleggibile con il 60% dei votanti (non degli aventi diritto), quindi anche questa  figura di garante potrebbe essere espressione esclusiva della maggioranza, che tuttavia, grazie all’italicum, non è la maggioranza del Paese. La Corte Costituzionale, da sempre organo di controllo e garanzia al di sopra della parti, composta da 15 membri, potrà essere espressione della maggioranza:  5 membri nominati dal Capo dello Stato (già spiegato che potrebbe essere espressione della sola maggioranza), 3 membri dal Parlamento così eletto. Quindi anche le garanzie che dovrebbe fornire questo organo, rischiano di essere vanificate in quanto espressione della sola maggioranza.
  7. Premier-segretario del Partito influirebbe su strutture periferiche regionali e su consiglieri regionali. Questa figura di premierato forte controllerebbe o controllerà le strutture periferiche, influenzandone le scelte, influenzando anche i senatori, espressioni delle cosiddette autonomie.
  8. Leggi approvate a data certa e decreti- legge d’urgenza: ulteriore restrizione per spazio iniziative parlamentari. Altro punto di minore democrazia è rappresentato dalle cosiddette “leggi a data certa”.  Sostituirà nei fatti il ricorso alla decretazione d’urgenza, i cosiddetti Decreti-Legge. L’iter di una legge avrà tempi ristretti per l’approvazione, riducendo così gli spazi democratici di confronto parlamentare. Oggi si ricorre con abitudine al voto di fiducia, con la riforma si arriverà allo stesso risultato; ciò che resta è la mancanza o la riduzione di iniziative parlamentari sull’iter legislativo.
  9. Costituzionalismo moderno: essenziali i contropoteri, Statuto delle opposizioni. Chi scriverà  le regole per la garanzia dei diritti delle opposizioni? Lo farà la Camera, quindi la maggioranza governativa avrà il compito di stabilire i “limiti” entro i quali si potrà muovere l’opposizione.
  10. 5 Regioni a Statuto speciale e  non applicazione costi standard: contraddizioni. Per le regioni a statuto speciale, non saranno applicabili gli standard delle altre regioni. Una Legge quindi che parte con velocità diverse e con regole diverse da regione a regione. Al momento inapplicabile nelle Regioni-Stato a statuto speciale. La carica di Consiglieri regionali in queste regioni è incompatibile con quella di parlamentare. Per il Senato una ulteriore perplessità è rappresentata dal fatto che le regioni italiane non votano tutte contemporaneamente, che le durate istituzionali di senato – consigli regionali – comuni (per i sindaci/senatori) non sono e non saranno mai omogenee. Sarà un ramo del parlamento in continuo rinnovamento.
  11. I costi: come ormai noto il risparmio dei costi della democrazia, non corrisponde neanche lontanamente a quanto sventolato dal premier e dai suoi. La Ragioneria dello Stato, un organo ufficiale, ha contato un risparmio di appena 50 milioni di euro, il costo annuo di un caffè a testa per cittadino, decisamente troppo poco perché si riducano così tanto i margini della democrazia.
  12. Infine: l’ interesse nazionale, cioè la cosiddetta clausola vampiro. Anche in materie differenti se potrà prevalere l’interesse nazionale che sovvertirà i poteri decisionali delle autonomie locali.

Una ulteriore analisi: Un parlamento eletto da una legge elettorale dichiarata illegittima dalla corte costituzionale, non avrebbe dovuto cimentarsi in riforme che toccano la carta costituzionale, la cosiddetta casa comune. Avrebbe dovuto occuparsi dell’ordinario, garantendo esclusivamente continuità legislativa. La stessa legge elettorale,  approvata con voto di fiducia, di una maggioranza variegata nei suoi componenti, rappresenta una deriva democratica preoccupante.

Cosa avverrà dopo il referendum? Non ci sarà alcuna catastrofe con la vittoria del NO. Si vuole incutere timore nei cittadini affinché nell’incertezza, scelgano di mantenere in piedi questa riforma piena zeppa di contraddizioni e di pericoli reali per la democrazia.  Un governo così composto, è riuscito ad approvare in pochissimo tempo una riforma costituzionale che si attendeva da anni. Ma lo ha fatto non condividendola con chi avrebbe dovuto scrivere le regole insieme, garantendo tutti. Sarà possibile aprire una nuova costituente con la volontà di riscrivere insieme le regole della casa comune. Volere è potere. Ci sono molti lavori, documenti e condivisioni tra le parti in precedenti legislazioni che andrebbero prese nuovamente in considerazione.

La legge elettorale è legge ordinaria. Perché è stata scritta così male da chiedere da più parti di rivederla? E’ passato oltre un anno dalla sua approvazione con voto di fiducia. Perché il premier si dichiara disposto a discuterne, ma non lo ha fatto fin’ora e con questa legge in vigore  dobbiamo invece prima cambiare la costituzione? Le perplessità e le paure sono maggiori degli immediati vantaggi.

E infine, di quanto aumenterà il PIL? Le garanzie per i lavoratori dopo i voucher, dopo la proposta per accendere un mutuo verso le banche (Etruria?) per poter andare in pensione. Quanto inciderà sulla qualità della vita degli italiani, sulla disoccupazione giovanile e sulla povertà? Perché non pensare ad una riduzione delle retribuzioni dei parlamentari, ad una riduzione dei benefit (come imposto alle amministrazioni locali), ad una retribuzione sulla base delle presenze?

E l’Italia, al centro di forte pressione dal Mediterraneo, in un momento epocale del fenomeno massiccio dell’immigrazione, schiacciata e rifiutata continuamente dall’Europa sia in materia di immigrazione che economica, aveva effettivamente bisogno come prioritaria, di una riforma costituzionale? O altre avrebbero dovuto essere le priorità di questo governo?

Tante sono le domande… a cui questa riforma non ha dato risposte.

Pagano Daniele - Progetto Lanciano

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