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Il 6 ottobre di nonna Antonietta

| di Martina Luciani
| Categoria: Storia
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LANCIANO - Il 6 ottobre del 1943 aveva 13 anni e 3 mesi. E a differenza delle ragazzine di quell’età, prima di quella data, non passava le giornate a giocare con le bambole, ma stava sotto il ponte di Diocleziano, quando c’era ancora l’acqua, e si scaldava col fuoco che, puntualmente, ogni volta che passava un aereo dei tedeschi, doveva essere spento per non dare nell’occhio.
Lei è Antonietta, anzi, nonna Antonietta. 84 anni e 3 mesi, tre figlie, due nipoti e il sogno, neanche tanto celato, di un pronipotino. E a momenti alterni, si ritrova a pensare a quei giorni. Ai giorni della rivolta degli eroi ottobrini.

E se li ricorda tutti, a partire dalla medaglia d’oro Trentino La Barba, che abitava poco più in là di casa sua, a Lancianovecchia.

“Siamo stati sotto al ponte di Diocleziano per tanto tempo, non si mangiava granché e non facevamo altro che accendere e spegnere il fuoco per non farci vedere dai tedeschi” ci ha raccontato nonna Antonietta.
“Poi sono arrivati i giorni della rivolta e me li ricordo come fosse ieri” e mentre ce lo dice, si capisce che negli occhi ha ancora quelle immagini.

“C’era gente che scappava ovunque, ma senza sapere bene dove andare - ha continuato a raccontarci la nonna - i Portici erano tutto un fuoco, tanto che non si vedevano quasi più e noi, per scappare da quel caos, ce ne stavamo andando verso Santa Giusta, dove c’erano dei parenti che ci avrebbero ospitato”.
La battaglia vera e propria, come abbiamo imparato ad ascoltare negli anni, c’era proprio al centro di Lanciano. Piazza Plebiscito, largo del Malvò, largo Santa Chiara, fino ai Cappuccini. In quelle che oggi sono le contrade, come Santa Giusta appunto, si stava un po’ più tranquilli.

“A 13 anni, io ho visto dei ragazzi morti per strada - ha proseguito nonna Antonietta - e potevano essere i miei fratelli. Li ho visti nascondersi sotto le auto e poi saltare in aria insieme a loro. Ho visto delle signore affacciarsi ai balconi ed essere freddate, subito, da un colpo di fucile, senza motivo e senza pietà”. 
“Di fronte a Santa Chiara, mentre scappavamo, abbiamo visto il cadavere di un ragazzo con un cappello sul viso - ci ha detto anche con una certa dovizia di particolari - e per un attimo abbiamo pensato che fosse il mio fratello più grande, ma una volta tolto il cappello, fortunatamente non era lui. Ma un altro giovane di 20 anni morto sotto il fuoco tedesco”.
Tra i racconti di nonna Antonietta, c’è il ricordo della paura di non rivedere parenti e amici più grandi, arruolati per combattere. Di non tornare più a casa e di non sapere come sarebbe andata a finire. C’è il ricordo di aver fatto e visto cose non proprio adatte ad una ragazzina di 13 anni.

“Mio fratello Mario, più grande di me, si era unito ai partigiani lancianesi e prima che ce ne andassimo a Santa Giusta, proprio nei giorni della rivolta, faceva lanciare le bombe, dietro alle Ripe, anche a mia sorella Teresa, che all’epoca aveva 10 anni”. Una rivolta a cui, a sentire i suoi racconti, in un modo o nell’altro, hanno partecipato proprio tutti.

Ognuno di quei ragazzi, anche molto giovani, ha sul petto un pezzo di quella medaglia d’oro al valor militare che oggi la città di Lanciano ha sul suo gonfalone.

“E’ passato molto tempo prima che tornassimo a casa - ha concluso nonna Antonietta - dormivamo per terra, ma non faceva tanto freddo. Diciamo che il peggio era passato”.
E nel vedere le immagini delle celebrazioni del 71esimo anniversario della rivolta, nonna Antonietta si commuove ancora perché lei, tutta la sua famiglia e tutta la famiglia del suo futuro marito, si sono salvati allora. Ma in quanti, suoi coetanei, non hanno potuto provare la gioia di una lunga vita e di nipoti a cui raccontare le gesta dei martiri ottobrini?

Martina Luciani

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